30 Ottobre


Il 30 di Ottobre e un sole spettacolare, con un cielo cosi azzurro da essere raro perfino in Primavera. Sarà per questo meteo cosi contraddittorio che mi è venuta voglia di sfoderare la tastiera del tablet e concretizzare qualche pensiero, o, forse, sarà semplicemente perché non scrivo da così tanto tempo che ho più o meno inconsciamente deciso che fosse giunto il momento di farlo.

Da qualche settimana ho come l’impressione di ballare ininterrottamente su un filo teso ad un’altezza non vertiginosa, ma di sicuro non rassicurante. E’ una danza senza alcuna armonia, tra quello che ho, quello che non ho, quello che vorrei, tra i successi e gli insuccessi, tra la paura e le speranze.

Non amo particolarmente scrivere pensieri introspettivi in realtà, perché una volta letti ad alta voce mi sembrano sempre ridicoli e, talvolta, melodrammatici. D’altronde, viaggiando in treno affianco al finestrino, tra il guardare fuori e il guardarmi dentro, trovo più edificante dare un senso a qualche pensiero, piuttosto che descrivere gli alberi, le case e i prati che sfrecciano sotto ai miei occhi, a cui è sufficiente essere colpiti dai raggi di questo bel sole per trovare il loro senso perfetto.

In effetti, gli  esseri umani sono assai ben più complicati delle foglie degli alberi: basta una canzone e un po’ di malumore per cambiare il modo in cui guardiamo tutto ciò che ci sta intorno. A volte sembra di non poter controllare ciò che ci prende, quella nuvola nera che non si sposta da sopra la nostra mente e rende tutto un po’ più buio. Solo chi è passato attraverso uragani e tempeste sa dare il giusto peso alla sua nuvola passeggera e sa confidare nel fatto che un alito di vento avrà il potere di allontanarla in un secondo, appena gli si darà la possibilità di spirare. In fondo, non è solo una settimana di pioggia che ci fa davvero apprezzare il primo giorno di sole? O, al contrario, non è solo dopo un mese di siccità che ringraziamo il primo temporale?

Il genio sregolato di Edith Piaf mi strilla attraverso gli auricolari che lei non rimpiange niente - “Ni le bien qu'on m'a fait, ni le mal tout ça m'est bien égal” - e sentirlo cantare con tanto trasporto da lei che è cresciuta in un bordello e ha passato metà della sua vita ubriaca e disperata per amore mi fa rimettere il cuore un po’ in pace. Certo, ammetterlo a posteriori è sempre troppo facile, ma sappiamo tutti che si sopravvive, sempre. Siamo sopravvissuti alle cadute dalla bicicletta, agli anni del liceo, a quell’esame impossibile che ci terrorizzava, ai colloqui di lavoro, ai cuori spezzati… E sarà il sole, sarà la musica, o il monotono moto ritmico del treno, ma la mia nuvoletta è già volata via, per portare pioggia sulla testa di qualcun altro. D’altronde, oggi ho anche dei bei capelli e non permetterei mai a niente o a nessuno di bagnarmeli o spettinarmeli. O, meglio, forse a qualcuno si. Ma questi sono altri pensieri...



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